“L’invenzione della madre” di Marco Peano

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madredi Alessandro Garigliano

Non so se durante la lettura de L’invenzione della madre di Marco Peano (minimum fax 2015) mi abbia commosso più la storia o lo stile. Non starò qui a rimuginare se ciò che si racconta sia biografia o invenzione, e in che percentuali. Si narra in terza persona con una voce vicina, quasi complice, al protagonista ventiseienne che ha nome Mattia (l’unico in tutta la storia a essere nominato, mentre gli altri sembra godano di una sorta di sacralità grazie alla quale i loro nomi resteranno impronunciati). Dirò subito che ciò che più mi ha coinvolto e stravolto non è né l’esattezza delle parole né l’essenzialità dei periodi necessari a narrare il decorso terminale di una donna malata di diverse forme di cancro; ciò che mi ha coinvolto e stravolto è la capacità di sottrarre pathos senza sottrarsi, senza disinnescare il dolore spaventoso scaricando la tensione con l’ironia o usando artifici inadeguati.

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“Cacciatori di frodo” di A. Cinquegrani

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di Alessandro Gariglianoimages

Finalista al Premio Calvino, Cacciatori di frodo (Miraggi edizioni) è un romanzo infernale. Sin dall’inizio si sprofonda nel furore della storia. Chi narra, confessando i dolori abnormi che gli hanno stravolto la vita, marcia ogni giorno per dodici chilometri su un binario morto, alla ricerca di un’esistenza perduta. Insegue tutti i giorni la moglie che a ogni alba si alza e percorre quei dodici chilometri lungo il binario morto, fino a sdraiarsi ed esporre il proprio corpo, perché un treno le faccia rotolare la testa giù dall’argine e in fondo al Piave. È la catabasi di un uomo che attraversa, dannandosi, i sensi di colpa. Continua a leggere

“I segnalati” di G. Tedoldi

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di Alessandro Gariglianoimgres

Fulvia lava il terrazzo indossando All Star rosse. Fulvia è l’amata del romanzo “I segnalati” di Giordano Tedoldi (Fazi Editore): lei e chi narra la storia incarnano la congiunzione dei destini che si oppone all’avversione del mondo.

Un giorno Fulvia ha un battibecco con alcuni bambini. Questi la insultano e la provocano sotto casa, fino a quando non lancia una sfida. Li avrebbe bagnati tutti tramite il secchio con cui sta pulendo il terrazzo. Ma quando prende la rincorsa e scaglia in alto il secchio, uno dei bambini, nella fuga, spintona un compagno fino a farlo cadere contro un gradino di pietra di un portone dove sbatte la testa. La morte del bimbo è una faglia che destabilizza i destini. Diventa un richiamo irresistibile all’abisso: un desiderio di mortificazione infinita che seduce e pietrifica, che incanta fino alla cecità: è una passione per l’eterno, l’oblio.

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Perciò veniamo bene nelle fotografie

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di Alessandro GariglianoCopertina_-_Francesco_Targhetta_-_percio_veniamo_bene_nelle_fotografie

«D’un pianto solo mio non piango più» scriveva in una bellissima poesia Giuseppe Ungaretti a un certo punto della sua carriera. Non si capisce però bene cosa si intenda – qui e in genere – con solo mio. Se è vero, infatti, che piangersi addosso, ripiegarsi lamentosamente verso se stessi, alla lunga può suscitare noia o comunque monotonia – perfino sterilità –, è altrettanto vero che concentrarsi sulla propria, non dico identità, ma sulla singola complessa e complicata autobiografia, nell’arte, può essere la via maestra per solcare strade mai attraversate: per avventurarsi in percorsi inesplorati e, in modi autentici, cognitivi. La famigerata scrittura di sé può mostrarsi quale specchio di un periodo storico, di una generazione, specchio deformante, certo, ma proprio per questo rivelatore di verità.

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Filippo II e don Chisciotte

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di Alessandro Garigliano

Due figure tanto diverse, asimmetriche, non si potrebbero immaginare. Una lunga e sbilenca; l’altra bassa, flemmatica, elegante. Non sto parlando di una coppia comica, ma di Filippo II e Alonso Quijano (o Quijada: anche il nome è errante). Vissuti entrambi nel corso del crepuscolo del Siglo de Oro: il primo di nobili natali, erede di un regno enorme, con grandi occhi azzurri che facevano impressione e il secondo invece con in sorte un blasone mediocre: era un hidalgo di provincia.

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“Fine Impero” di Giuseppe Genna

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di Alessandro Garigliano

Perché muoiono i bambini?

L’ouverture del romanzo “Fine Impero” di Giuseppe Genna è un corteo funebre. Non si ha però la descrizione di un dramma, ma di una tragedia: il morto è una bambina di dieci mesi. Al cimitero il tempo si condensa raggelato. Il dolore si alza con tutta la sua maestà e pietrifica l’essere umano. Il padre e la madre sono quasi dei, chiunque si avvicini loro non riesce ad avere un contatto, ma solo un conflitto, la relazione si trasforma in una lotta, amici e parenti si ritrovano – come Giacobbe dopo lo scontro con l’Angelo – sciancati, ma senza benedizione.

Perché muoiono i bambini? si domanda il romanzo dostoevskijanamente.

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Hanno ucciso Don Chisciotte

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di Alessandro Garigliano

Il cavaliere dalla Trista Figura cavalcava lasciando che Ronzinante, il destriero, scegliesse la direzione che voleva seguire. Procedevano entrambi magrissimi, scavati. Sancio Panza li scortava sul ciuco al trotto come un patriarca. La natura attorno desertificata, nel terreno arido crepe ramificate a scaglie. Finché da molto lontano non si sentì arrivare un’altra avventura. Si avvertì clangore di ferraglia e schiocchi di frusta e urla di incitazione. Ronzinante arrestò il passo e Sancio cominciò di nuovo a preoccuparsi. I giganti che avrebbero dovuto sconfiggere e i regni ancora da conquistare stavano inabissando all’orizzonte l’isola promessa dal prode hidalgo. Don Chisciotte si illuminò fiero con l’elmo di Mambrino in testa guardando fisso davanti a sé. Polvere sospesa a vortici, e silenzio. A una certa distanza si vide poi scintillare il sole su qualcosa che doveva essere ferro. L’abbaglio si diffuse su un’intera struttura di sbarre, che si avvicinò sempre di più a passo pesante. Don Chisciotte si assicurò bene sulle staffe, tenne pronta la spada e impugnando la lancia disse:

Dove andate, amici? Che carro è questo? Cosa trasportate?

Alla guida del carro altri non c’era che il baccelliere Sansone Carrasco, laureato a Salamanca, vestito per l’occasione con abiti elegantissimi:

Il carro è mio e sopra c’è una gabbia con un feroce leone, omaggio del governatore per Sua Maestà, il Re.

Ed è grande il leone? – domandò don Chisciotte.

Tanto grande – rispose il baccelliere – che di così grandi non ne sono mai venuti dall’Africa nella Spagna. Io sono il guardiano, e ne ho condotti degli altri, ma come questo mai. Proprio adesso muore di fame perché stamani non ha mangiato, e quindi la Signoria Vostra faccia il favore di farsi da parte, perché ho bisogno di arrivare presto dove devo sfamarlo.

Don Chisciotte sorrise leggermente.

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